lunedì 4 maggio 2009

La peste italiana



Le regole democratiche che i padri costituenti intesero porre alla base della Carta fondamentale dello Stato sono state, da subito ed in maniera ampia, disattese dai partiti, che si sono impadroniti del sistema politico-istituzionale del nostro Paese. Nei decenni successivi il processo degenerativo ha investito tutti gli organi e le istituzioni repubblicane, via via erodendo lo Stato di diritto per finire ai giorni nostri, dove il processo di svuotamento e di svilimento della Costituzione viene a compimento in maniera così eclatante, oltre che condivisa.
Questo è il tema di fondo del documento La Peste Italiana, ovvero la metamorfosi del Male in Storia (sessantennale) di distruzione dello Stato di diritto, della democrazia, della legalità (re) instaurando un regime neototalitario. Il documento, curato dal "Gruppo di iniziativa di Satyagraha 2009 per lo Stato di diritto e la democrazia cancellati in Italia", rappresenta la premessa fondamentale per la presentazione della Lista Bonino-Pannella alle prossime elezioni europee.

giovedì 9 aprile 2009

intervento di Nicolò Amato al convegno sulle carceri della uil / 2 aprile 2009

Vi ringrazio molto, molto di questa accoglienza affettuosa, molto di questo invito, perché mi ha dato… mi ha fatto un regalo, il regalo di trovarmi per qualche minuto, per qualche ora, insieme con vecchi e cari amici, conosco tutti o quasi tutti, non posso fare nomi perché se ne dimentico qualcuno, questa potrebbe essere una scortesia che non voglio fare, perché mi avete dato la possibilità di fare in qualche misura una sorta di tuffo nel passato, negli undici anni che sono stato insieme con voi al DAP e, come sempre quando si rivolge lo sguardo al passato, c’è sempre un po’ di malinconia, un po’ di emozione, io in questo momento sono francamente emozionato; forse anche qualche rimpianto, anche perché si poteva fare di più e che si poteva fare meglio e che non è stato fatto, ma il tempo è crudele, non ha mai prove di appello, degli errori che abbiamo fatto, dei problemi che abbiamo cercato di affrontare, delle difficoltà che ci hanno sovrastato, ma anche delle cose buone, utili che abbiamo fatto, che abbiamo fatto insieme, delle speranze che abbiamo cullato insieme e soprattutto il mio ricordo è il ricordo della collaborazione personale, stretta, intima, con tutte le organizzazioni sindacali, e se l’affetto può meritare una scusa vorrei dire, non perché sono qui insieme con voi, vorrei particolarmente dire della uil che mi è sempre stata particolarmente vicina e alla quale io sono sempre stato particolarmente vicino (applausi), e con tutti gli operatori penitenziari, direttori, assistenti sociali, educatori della polizia penitenziaria, quanti hanno operato insieme con me in quegli 11 anni e quanti ancora adesso continuano ad operare.
Io credo che quello che noi abbiamo fatto di più utile e di più costruttivo è stato forse la scoperta di un metodo di collegialità nel decidere e nell’operare; abbiamo preso l’abitudine di riunirci, anche spesso, forse anche troppo spesso, io so che qualcuno mi rimproverava il numero eccessivo di riunioni che si facevano, ma era il desiderio di dibattere su una serie di problemi, di difficoltà, di angosce, di disperazioni, delle quali non c’era l’abitudine di discutere e sulle quali non c’era l’abitudine di riflettere, perché erano il pianeta carcere, il mondo carcere, universo carcere, consegnato da sempre, da sempre, alla dimensione della separatezza, della ghettizzazione, della rimozione, quasi che in questo universo maledetto la gente volesse porre una sorta di distanza incolmabile, quasi per riaffermare, rimovendo i fantasmi e le paure dal proprio cuore, tutto ciò che di cattivo magari vedeva in sé e che riusciva a proiettare negli altri, per allontanare da sé quella dimensione alla quale riteneva di non appartenere; come le navi dei folli di cui parlava Foucault che navigavano all’infinito sul mare o sui fiumi senza mai approdare perché non ci fosse la contaminazione tra i folli delle navi e la gente normale per bene che stava sulle spiagge. Noi abbiamo discusso insieme e delle cose le abbiamo fatte, abbiamo fatto qualcosa che rimane, credo, come la riforma del ’90, ricordava giustamente Salvatore (Bosco), quella riforma che di un colpo ha colmato il gap che da sempre aveva staccato la polizia penitenziaria dagli altri corpi di polizia; merito del personale, merito delle organizzazioni sindacali perché è stata una battaglia collegiale merito di molti politici che hanno avuto la sensibilità di portare avanti questa battaglia di civiltà che ha dato status civile alla polizia penitenziaria, diritto di piena rappresentanza sindacale anche alla polizia penitenziaria e che ha, io ricordo il tempo, forse qualcuno tra voi la ricorda, il tempo della adeguata gratifica, l’elemosina che si dava agli agenti di polizia penitenziaria laddove gli agenti della polizia di stato prendevano lo straordinario come era giusto che fosse e quindi un gap che è stato colmato nel ’90, così, un atto di buona volontà, un atto di impegno politico e certo c’è ancora molto da fare, ricordava anche questo Salvatore, ma abbiamo fatto anche qualcosa di buono nell’universo carcere, proprio all’interno dell’ universo carcere; abbiamo portato avanti la legge Gozzini, con l’aiuto, prezioso, devo dire, della magistratura di sorveglianza, che saluto in Angelica di Giovanni, una magistratura con la quale spesso mi sono scontrato, devo dire, ma forse lo scontrarsi è stato un modo di ragionare insieme, di raggiungere insieme un qualche risultato positivo. I risultati non si ottengono quando si è tutti d’accordo, i risultati si ottengono quando una opinione si confronta con un’altra, anche in maniera aspra, in maniera polemica, in maniera dura, perché dal confronto di verità diverse viene fuori la verità che merita di essere portata avanti, la verità possibile per gli uomini, non ci sono verità assolute, che qualcuno possa presumere di sbandierare e di imporre agli altri, ma abbiamo, amici, io vorrei che ne foste consapevoli, perché questo è un vostro grande merito, abbiamo cominciato a dimostrate e voi ancora dimostrate, io spero dimostrerete sempre di più, che il carcere non è il luogo della disperazione, della incultura, il carcere può essere anche un luogo di cultura, un luogo di riflessione, un luogo di proposizione di idee, utili per una riforma complessiva della società.
Noi abbiamo posto alla base della riforma dell’universo carcerario quello che qualcuno ha chiamato il carcere della speranza, abbiamo posto una idea semplice, ma che nessuno aveva mai riconosciuto, l’idea che l’uomo del delitto e l’uomo della pena sono due uomini completamente diversi, che la storia dell’uomo che delinque non finisce con il processo e con la condanna al processo, questo era l’errore di prima, quello che considerava il carcere una sorta di spazzatura nella quale si buttavano, indiscriminatamente e indifferentemente, coloro che essendo stati raggiunti dalla condanna dei magistrati, avevano violato la legge e quindi meritavano di essere, come dire, stralciati dalla società civile. Noi abbiamo cercato di dimostrare, ce ne siamo convinti noi prima, ma abbiamo convinto anche gli altri, soprattutto i politici che hanno poi approvato la legge Gozzini e molte altre leggi di questo tipo, che la storia dell’uomo delinquente non finisce con la condanna, che l’uomo della pena può essere anche un uomo profondamente diverso dall’uomo del delitto, non necessariamente, certo, ma l’abilità, la capacità, la professionalità dell’operatore penitenziario è di favorire questo cambiamento in meglio dell’uomo della pena e capire quando questo cambiamento ha una serietà; io non mi illudo che tutti i grandi criminali, una volta dentro il carcere, se dichiarano di pentirsi sono pentiti e recuperati alla società civile, non sono così ingenuo, ma credo che noi, che voi, abbiate la capacità professionale di capire quando alle parole corrispondono i fatti. Abbiamo aperto all’interno del carcere, in ragione di questa filosofia nuova, semplice, l’uomo della pena non è necessariamente l’uomo del delitto, un dialogo, un dibattito, all’interno del carcere, con gli operatori penitenziari, con i detenuti. Io ricordo la prima volta che sono andato nel 1983 a San Vittore, quando dissi allora, all’allora direttore Cangemi (?), che tutti ricordiamo, “Direttore, riunisci i detenuti nella sala C.” Dice: “Ma come, scherza? i detenuti? ma c’è una circolare del direttore generale che lo proibisce.” “Benissimo, allora in questo momento ne faccio un’altra e cambio questa disposizione.”, ed abbiamo riunito i detenuti, abbiamo cominciato a parlare con i detenuti. Amici, io vorrei che voi foste orgogliosi di un risultato storico importante: la dissociazione politica dal terrorismo è maturata ed è nata nel carcere, dentro il carcere, dalla cultura che il carcere ha saputo esprimere (applausi). Il pentitismo può essere nato nelle caserme dei carabinieri, con tutto il rispetto per i carabinieri e per le loro caserme, ma certamente la dissociazione politica, che il Parlamento ha poi riconosciuto in una apposita legge, è nata nel carcere ed è stato un fenomeno di profondo rinnovamento culturale. Io ricordo che quando abbiamo cominciato a fare le aree omogenee in cui invitavamo i parlamentari, l’ onorevole Bernardini a venire dentro il carcere, invitavamo gli attori, i cantanti a venire a fare gli spettacoli dentro il carcere, in cui sembrava ad un certo momento, davvero, vi dico, senza alcuna enfasi, che il muro di cinta del carcere, pur rimanendo nella sua fisicità, nella sua oggettività, fosse in qualche modo superato da questo slancio di umanità profonda che legava l’interno del carcere con l’esterno del carcere, questo è l’obiettivo e era ed è stato l’obiettivo. Allora io ricordo che allora i magistrati che si occupavano del terrorismo, cominciando da Spataro, mi dicevano stai attento perché ti buggereranno. Io sono orgoglioso di dire, ma lo sono a nome di tutti voi orgoglioso di dire che nessuno di quei dissociati politici ha tradito la fiducia che noi abbiamo ragionevolmente e fondatamente concesso a loro.
E ricordo questo, vedete, qui vengo all’ultimo punto che voglio trattare , quando nell’ 83 io sono arrivato alla direzione generale, c’era l’antecedente del 41 bis che era l’articolo 90, ve lo ricordate, no? l’ articolo 90 che era la stessa cosa dell’articolo 41 bis, era cambiato il numero, la cifra, ma il contenuto era lo stesso era, diciamo, era il regime penitenziario restrittivo contro i terroristi e non contro i mafiosi, perché il 90 riguardava i terroristi, allora c’era le brigate rosse, il terrorismo di destra e quant’ altro, e io ricordo che, nel fare alcuni dibattiti televisivi, con alcuni autorevolissimi parlamentari anche dell’estrema sinistra, compresa la Rossana Rossanda, che io rispetto, ho stima e rispetto molto, perché è una persona molto intelligente, che io giudico molto leale e molto sincera nelle sue opinioni, mi si diceva: “Noi capiamo le ragioni per le quali l’amministrazione penitenziaria ritiene di dover ricorrere a questo strumento eccezionale, per frenare l’aggressività criminale dei terroristi, ma riteniamo,” questo disse la Rossanda, ma lo dissero tutti i parlamentari di sinistra, Peppino Gargani se lo ricorda molto bene, “ ma riteniamo che non è accettabile, per la nostra carta costituzionale, che uno strumento di reazione eccezionale diventi uno strumento di disciplina normale del sistema carcerario, ed era giusto, ed era giusto. Fatto sì è che una delle prime cose che facemmo, c’era allora il ministro Darida e poi Martinazzoli, fu l’abolizione, voi lo ricordate, dell’articolo 90 e dell’articolo 90 in forma aggravata, Peppino tu te lo ricordi bene, no? Bene, fino al 1982, c’erano stati una media di 32 o 33 omicidi all’interno del carcere, oltre alle evasioni, abbiamo soppresso l’articolo 90 e l’articolo 90 in forma aggravata, sono scomparsi gli omicidi e sono scomparse le evasioni, perché? Ma perché i politici di oggi, Onorevole Bernardini, perché i politici di oggi, che sanno di tutto, no? o perlomeno che parlano di tutto come se tutto sapessero (applausi), perché i politici di oggi ma anche molti magistrati di oggi, io vorrei dirlo a Paolo Mancuso, verso il quale, mi dispiace non sia presente, ho veramente una grandissima stima, perché nel 1983 non appena abbiamo soppresso l’articolo 90 e l’articolo 90 in forma aggravata, sono scomparse le violenze nel carcere, perché? Perché nessuno se lo chiede? Ma io ho una risposta, perché sono dieci anni che ci ho riflettuto, certo, grande merito va al personale penitenziario, il quale ha dimostrato che ci può essere una sorveglianza intelligente che non diventa una repressione brutale e ottusa, no? Quando la sorveglianza è gestita da persone professionalmente capaci, c’è una distinzione fra la repressione ottusa e la sorveglianza intelligente e quando manca la professionalità che la sorveglianza intelligente non è più possibile, non rimane che la repressione ottusa. Allora, merito quindi del personale, ma merito anche di un’altra cosa, amici, riflettiamoci, Paolo, vorrei che tu ci riflettessi, perché, lo dicevo prima, ho una grande stima verso di te, è stato il risultato di una consapevolezza culturale che ha riguardato il carcere, e che ha riguardato tutto l’apparato giudiziario e istituzionale dello Stato, la convinzione, cioè, amici, ed è qui il punto, ed è qui il punto essenziale, che il terrorismo non era un fenomeno esclusivamente criminale.
Il terrorismo era un fenomeno criminale, ma era un fenomeno criminale che nasceva da una base sociale ammalata e dunque non era immaginabile che il terrorismo potesse essere sconfitto soltanto attraverso il sacrificio delle forze dell’ordine e dei magistrati e quanti ne sono morti, quanti, e ancora li piangiamo, quanti ne sono morti? Bisogna capire, allora si capì che il terrorismo sarebbe stato sconfitto quando allo sforzo delle forze dell’ordine e dei magistrati si fosse unito la consapevolezza e l’impegno della classe politica e della società civile nel suo complesso, che bruciassero le radici sociali del terrorismo, lo sradicassero dall’humus sul quale era nato e sul quale prosperava. La mafia è esattamente la stessa cosa, Paolo, questo bisogna capire, la mafia è esattamente la stessa cosa, in questo paese che vive di parole, scusate, che vive di parole, che vive di slogan, la mafia non è un fenomeno esclusivamente criminale, questo è il punto. E’ un cancro spaventoso e osceno, che noi vorremmo vedere completamente sradicato, perchè ancora ricordiamo e piangiamo i magistrati come Chinnici (?), Falcone, Borsellino, e quanti agenti di polizia penitenziaria e direttori e operatori di polizia penitenziaria sono caduti nel corso di questi anni, ma la mafia non è un fenomeno esclusivamente criminale. Allora la mafia è un fenomeno che ha una radice, un radicamento nella parte malata della società e fino a quando non saremo riusciti a troncare definitivamente ogni rapporto tra mafia e istituzioni, tra mafia ed economia, fino a quando non saremo riusciti a introdurre nelle scuole del sud la cultura di valori nuovi, di valori civili nuovi, fino a quando non saremo riusciti, ma lo Stato può farlo, non può farlo né i magistrati , non può farlo il sistema carcerario, a fornire attraverso la disperazione, la fame, la miseria dei giovani del sud, manovalanza quasi gratis ai padroni della camorra, della mafia e della ‘ndrangheta, fino a quando questo non sarà fatto la mafia non sarà estirpata, la mafia non sarà sconfitta. Non è immaginabile che si possa pensare, come pure si pensa, anche se non lo si dice, che basta arrestare tutti i mafiosi per distruggere la mafia, non è vero, non è vero, non è affatto vero questo, è una menzogna, è una menzogna, ma è una menzogna che ci sta rovinando da anni, che nasce dall’ignoranza, che nasce, Onorevole Bernardini, alcune volte dalla complicità, non dico a lei, sollecito (applausi), sollecito la sua attenzione su questo. Sollecito, mi perdoni, non vorrei, sollecito la sua attenzione su questo: nasce dalla complicità, nasce dalla volontà di far apparire, di far scaricare sugli altri la responsabilità del problema; e quindi vengo al 41 bis, Paolo, vengo al 41 bis. Tu ricordavi, io ero alla direzione generale quando hanno ammazzato Falcone, hanno ammazzato Borsellino, e io dissi allora, era ministro Martelli, che era giusto che ci fosse una reazione immediata e durissima anche da parte del sistema penitenziario, non si poteva rimanere indifferenti di fronte a quelle stragi vergognose, non si poteva rimanere indifferenti. Ma due anni dopo, quando poi lasciai la direzione generale, feci un rapporto al ministro Consu e gli dissi: “Caro ministro, abbiamo applicato questo strumento del 41 bis, abbiamo riaperto l’Asinara, Pianosa, e quant’altro come reazione immediata alla ferocia criminale della mafia, ma questo strumento eccezionale, come diceva Rossana quando si trattava dei terroristi non può diventare uno strumento ordinario di gestione del sistema carcerario”. Io sono contrario ad ogni legge di emergenza, ad ogni strumento di emergenza, ma no perché non creda che purtroppo alcune volte siano necessari, ma perché so che quando una società si rassegna all’emergenza, una società è sconfitta, quella società è sconfitta (applausi).
Ragionate su questo, io lo dico a voi, organizzazioni sindacali, che spesso siete, avete questo delicatissimo compito di collegamento tra le istituzioni e la società civile, come lo dico anche ai politici, lo dico ai magistrati, una società, uno Stato che si rassegna all’emergenza è uno Stato sconfitto, è uno Stato che dichiara la propria impotenza, che rinuncia ai propri caratteri di Stato di diritto per diventare uno Stato di polizia, che combatte la forza con la forza, dissi al ministro Consu: “Ministro, se dobbiamo accettare una cosa che io non sono disposto ad accettare, e vorrei che voi vi rifiutaste di accettarlo, che al carcere debba essere delegato il lavoro sporco, perché chiudere i detenuti nelle celle, buttare via la chiave, calpestare i principi costituzionali della rieducazione della pena, convertire la sorveglianza intelligente in una repressione ottusa significa esattamente questo, delegare, lasciare al carcere il lavoro sporco, e io questo non sono mai stato disposto a farlo e vorrei veramente che voi non foste disposti a farlo, per non rinnegare quella cultura che abbiamo cercato di costruire nel corso di questi anni”, ma dissi, “se davvero volete con il 41 bis troncare ogni collegamento fra i criminali all’interno e gli ambienti criminali all’esterno allora dovete avere il coraggio voi parlamentari non di ridurre i colloqui da quattro a tre, da quattro a due, ma di abolirli, perché se voi ne lasciate anche uno, quel colloquio serve ugualmente per trasmettere all’esterno qualunque messaggio criminale; il problema va posto su basi completamente diverse. Le basi per le quali la mafia deve essere combattuta sul suo terreno che è il terreno di questa oscena connessione tra criminalità e politica, tra criminalità e economia, tra criminalità e finanza”.
E finisco col dirvi questo: noi abbiamo una dimostrazione di quello che vi sto dicendo, noi abbiamo una dimostrazione ed è un fatto che è avvenuto nel 1987 e che voi conoscete tutti, il fatto di Porto Azzurro. ma, amici, io credo che fra le cose delle quali in qualche misura possiamo andare orgogliosi, ci possiamo ricordare con qualche soddisfazione, sia pure non dimenticando l’umiltà, che deve governare chiunque si occupi di problemi così complicati, Porto azzurro è stata la dimostrazione che dei detenuti pericolosissimi, che non avevano nulla da perdere, che avevano nelle loro mani 32 ostaggi tra cui una o più donne, a differenza di quanto avevano fatto nel ’74 ad Alessandria dove era finito con una strage, si sono arresi allo Stato, senza versare una goccia di sangue e perché si sono arresi? Anche questo dovremmo chiederci, amici, perché si sono arresi? Perché siamo stati bravi a convincerli, no, perché si sono arresi mentre i carabinieri circondavano Porto azzurro con gli elicotteri e la polizia sorvegliava gli spalti con i suoi uomini armati fino ai denti? Perché si sono arresi i detenuti? Si sono arresi perché noi gli abbiamo fatto, Cicciotti (?) e gli altri che stavano con me se ne ricorderanno bene, se ne ricorda il direttore che stava rinchiuso nelle mani di Tuti e nelle mani di Rossi (?), noi gli abbiamo detto soltanto una cosa, voi potete anche provocare una strage, potete farlo, perché noi l’elicottero non ve lo diamo, potete provocare una strage, ma quando voi avrete provocato una strage, quei passi avanti che abbiamo fatto sul recupero sociale, della umanizzazione della pena, torneranno indietro di alcune decine di anni, e voi di fronte ai vostri compagni di detenzione vi assumerete la responsabilità di questo passo indietro veramente terribile. Questo li ha convinti, il che dimostra che cosa, dimostra che una sola regola deve guidare chi dirige il carcere. E’ che non bisogna mai uccidere negli uomini la speranza. Io non so, amici, non so, che cosa è rimasto, che cosa rimane, di quel che insieme abbiamo fatto, quel che insieme magari possiamo amare di ricordare, forse non rimane nulla, non lo so, nulla se non un rimpianto, nulla se non una nostalgia, rivolta al passato, o forse qualcosa rimane, io voglio credere che qualcosa rimanga, non perché la cosa mi riguardi personalmente, ma perché vorrei che voi raccoglieste questo testimone e ne faceste la ragione del vostro impegno professionale, qualcosa rimane di quel che abbiamo fatto, qualcosa rimane sempre quando si fa qualcosa, e che cosa rimane? Rimane secondo me la convinzione, la fiducia, che non raramente l’utopia salva la speranza, perché quando si vola molto alto, quando si cerca di raggiungere risultati anche molto impegnativi alcune cose poi rimangono nelle nostre mani, l’utopia alcune volte salva la speranza, perché come diceva una antica massima, “gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile, e dunque la fecero.”

giovedì 19 febbraio 2009


E' ORA DI PASSARE DALLA RESISTENZA AD UN NUOVO REGIME, FINALMENTE DEMOCRATICO

«Se non sono io per me, chi sarà per me? Se non ora quando, se non così come». Della tradizione orale ebraica.

Noi vorremmo, in questa occasione, cercare di fornire prime risposte ad alcuni interrogativi che riteniamo comuni e urgenti a coscienze e storie che non sono estranee, a nostro avviso, ad alcuna parte politica, sociale, religiosa, laica o confessionale oggi organizzata o comunque presente nel nostro paese.

Viviamo in una situazione nella quale, proprio perché sappiamo di trovarci in assoluta sintonia col Paese sui temi che connotano il dibattito etico, di costume, economico, sociale o della riforma liberale e democratica delle nostre istituzioni, non dobbiamo poter parlare, dobbiamo essere cancellati, e il Popolo italiano deve essere messo in condizione di non conoscere e di non poter scegliere.

Come dopo 20 anni di fascismo è stato possibile e necessario porre fine a quel regime, ora, dopo 60 anni, è necessario chiudere con questo regime partitocratico.

È su questo che dovremo aprire il confronto del congresso italiano del Partito Radicale, senza fingere di trovarci in una situazione normale o quasi normale.

Un Partito “precario” e aperto, inclusivo e non esclusivo, come nessun altro fra quelli conosciuti nel mondo democratico. MARCO PANNELLA


A seguire trovi le condizioni logistiche a disposizione di tutti i partecipanti, a qualsiasi titolo, iscritti, invitati, osservatori che siano.

VII CONGRESSO ITALIANO DEL PARTITO RADICALE NONVIOLENTO, TRANSNAZIONALE E TRANSPARTITO, PALAMONTEPASCHI – CHIANCIANO TERME Venerdì 27, sabato 28 febbraio, domenica 1 marzo 2009

CONDIZIONI ALBERGHIERE – INFORMAZIONI LOGISTICHE


Il Congresso inizierà alle ore 14.45 di venerdì 27 febbraio e si concluderà il pomeriggio di domenica 1 marzo presso il Palamontepaschi, struttura congressuale ubicata all’interno del Parco dei Fucoli, Via delle Terme – Chianciano Terme (Siena)

Abbiamo stipulato una convenzione con la Clante Hotel di Chianciano che provvederà a sistemare direttamente i partecipanti al Congresso in Ostello e negli alberghi a 2-3 stelle e 4 superiore, il cui costo, al giorno, a persona, include i pasti comprensivi di bevande.

Le prenotazioni e i pagamenti dovranno essere fatti direttamente con la Clante Hotel ai seguenti recapiti: Clante Hotels Via Sabatini n. 7 Chianciano TermeTel. 0578/ 63360 - 0578/63037 Fax 0578/ 64675 e.mail clantehotel@libero.it

I costi alberghieri, al giorno, a persona, inclusi i pasti, sono i seguenti:

Tariffa speciale di 25 Euro, al giorno in Ostello, tutto inclusoOstello:25 Euro (a circa 300 metri dal PalaMontePaschi);

Hotel 3 stelle: stanza doppia 35 Euro; stanza singola 43 Euro

Hotel 4 stelle stanza doppia 50 Euro; stanza singola 60 Euro;

Hotel 4 stelle sup.: stanza doppia 60 Euro; stanza singola 70 EuroRiduzione 3-4 letto 15%Piano famiglia 2 bimbi = 1 adulto

Gli alberghi convenzionati Clante Hotel sono tutti entro un raggio max di 500 metri dal PalaMontePaschi

COME SI ARRIVA A CHIANCIANO TERME

In macchina: Autostrada del Sole (A1) tratto Roma-Firenze uscita n°29 Chiusi-Chianciano

In treno: linea Firenze-Roma, stazione FF.SS. di Chiusi-Chianciano Terme

Dalla stazione ferroviaria è disponibile un servizio pubblico di autobus, in coincidenza con i principali treni, che raggiunge Chianciano Terme in 20 minuti oppure è possibile prendere un Taxi.In aereo: gli aeroporti più vicini sono quelli di Firenze (120 km), Pisa (200 km), Roma (210 km) e Perugia "Sant'Egidio" (80 Km)

mercoledì 18 febbraio 2009


VII Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento

Marco Pannella annuncia la convocazione del VII congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento

RADICALI: BONINO, CONGRESSO TRANSNAZIONALE FRA DUE SETTIMANE

venerdì 6 febbraio 2009



PER LA LIBERTA' DI ELUANA, PER LA LIBERTA’ DI TUTTI.PRESIDENTE NAPOLITANO, NON FIRMI IL DECRETO-LEGGE LIBERTICIDA E ANTICOSTITUZIONALE!
DOMANI, sabato 7 febbraio 2009,dalle 11:00 alle 13:00, a Torino, in piazza Castello (davanti alla Prefettura)
MANIFESTAZIONE-PRESIDIO
dell'Associazione radicale Adelaide Aglietta, dell'Associazione radicale satyagraha (e di chiunque altro voglia aderire e partecipare) per denunciare l'atto violento, inqualificabile e vergognoso del Governo che con il decreto-legge contro il diritto all’autodeterminazione della cittadina italiana Eluana Englaro segna una delle peggiori pagine della storia civile e politica della Repubblica Italiana.
Chiediamo al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di resistere nella sua determinazione – già esplicitamente espressa e motivata giuridicamente - di non firmare un decreto-legge liberticida ed anticostituzionale.
Invitiamo i cittadini a scendere in piazza, domani mattina, per essere al fianco di Eluana Englaro e di un grande uomo che ha fatto del rispetto della legge e della legalità costituzionale un motivo di vita: Beppino Englaro.
Torino, 6 febbraio 2009

lunedì 20 ottobre 2008

E' partita la raccolta di firme sulla Proposta di Delibera di iniziativa popolare al Comune di Torino

Proposta di Delibera di iniziativa popolare al Comune di Torino, per le Pari Opportunità delle Unioni Civili promossa dalle Associazioni Radicali Satyagraha e Certi Diritti.


Servizio Centrale Consiglio Comunale
CONSIGLIO COMUNALE


CITTÀ DI TORINO

DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE

(art. 14 dello Statuto della Città e art. 9 del Regolamento delle modalità procedurali per istanze, petizioni e proposte di deliberazione d'iniziativa popolare)

OGGETTO: RICONOSCIMENTO DI PARI OPPORTUNITA' PER LE UNIONI CIVILI. APPROVAZIONE REGOLAMENTO.


PREMESSO
che la comunità cittadina, al pari di quella italiana, è caratterizzata dal crescere di forme di legami affettivi che non si concretano nell'istituto del matrimonio e che si denotano per una convivenza stabile e duratura;
che lo Statuto del Comune di Torino prevede all'art. 2, di "tutelare e promuovere i diritti costituzionalmente garantiti attinenti alla dignità e alla libertà delle persone, contrastando ogni forma di discriminazione" e di "agire attivamente per garantire pari opportunità di vita e lavoro a uomini e donne e per rimuovere le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali";

CONSIDERATO
che già da tempo è stato ritenuto che l'ambito di operatività e quindi di riconoscimento e tutela costituzionale dell'art. 2 della Costituzione si estende sicuramente alla fattispecie della famiglia di fatto dal momento che, come rilevato dieci anni or sono dalla Corte Costituzionale, un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare, costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti, intrinseche manifestazioni;

CONSIDERATO
altresì, che ancorché la creazione di un nuovo status personale non può certamente che spettare al legislatore statale, deve riconoscersi al Comune, in proposito, la possibilità di operare in materia nell'ambito dei principi e delle regole fissate dalla legislazione statale e per le finalità ad esso assegnate dall'ordinamento;

CONSIDERATO
inoltre il ruolo rivestito dal Comune, con pienezza di poteri, per il perseguimento dei compiti afferenti alla comunità locale, ai sensi del decreto legislativo 267/2000;



RILEVATO
quindi, che il Comune possa operare nell'ambito delle proprie competenze per promuovere pari opportunità alle unioni di fatto, favorendone l'integrazione sociale e prevenendo forme di disagio, con particolare riferimento alle persone anziane;

CONSIDERATO
pertanto, che per raggiungere questo obiettivo è necessario stabilire forme di identificazione delle unioni civili basate su vincolo affettivo, così come la stessa legge anagrafica e il relativo regolamento attuativo prevedono;

RITENUTA
pertanto, l'opportunità per i motivi innanzi espressi di organizzare il rilascio da parte degli uffici di stato civile di una dichiarazione di stato civile che attesti la costituzione di una famiglia basata su "vincolo di natura affettiva";

VALUTATO
di individuare il Difensore Civico quale soggetto competente nella tutela dei diritti che la presente proposta intende garantire e dando pertanto mandato all'Amministrazione comunale di procedere agli eventuali necessari adeguamenti delle strutture a disposizione del Difensore civico medesimo, affinchè possa rispondere alle richieste dei cittadini in merito ai diritti ed alle pari opportunità indicate agli articoli 1 e 2 de Regolamento allegato alla presente proposta di deliberazione.

Ai sensi degli articoli 43 e 44 del Regolamento sul Decentramento la presente proposta di deliberazione verrà inviata alle Circoscrizioni per l'espressione del parere di competenza.
Tutto ciò premesso,

IL CONSIGLIO COMUNALE

Visto il Testo Unico delle Leggi sull'Ordinamento degli Enti Locali, approvato con D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, nel quale, fra l'altro, all'art. 42 sono indicati gli atti rientranti nella competenza dei Consigli Comunali;
Dato atto che i pareri di cui all'art. 49 del suddetto Testo Unico sono:
Con voti ……………………………..

DELIBERA

di approvare, per le motivazioni espresse in narrativa e che qui si intendono integralmente richiamate la proposta di "Regolamento per il riconoscimento di pari opportunità per le unioni civili", il cui testo è allegato alla presente deliberazione (all. 1 - n. ) di cui costituisce parte integrante e sostanziale.

REGOLAMENTO PER IL RICONOSCIMENTO DI PARI OPPORTUNITA' PER LE UNIONI CIVILI.

Articolo 1
ATTIVITA' DI SOSTEGNO DELLE UNIONI CIVILI
1. Ai fini della presente deliberazione si intende per unioni civili "un insieme di persone legate da vincoli affettivi coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune" (art. 4 comma 1 ai sensi DPR 223/1989, Nuovo Regolamento anagrafico della popolazione residente).
2. Il Comune provvede, attraverso singoli atti e disposizioni degli Assessorati e degli Uffici competenti, a tutelare e sostenere le unioni civili, al fine di superare situazioni di discriminazione e favorirne l'integrazione e lo sviluppo nel contesto sociale, culturale ed economico del territorio.
3. Le aree tematiche entro le quali gli interventi sono da considerarsi prioritari sono:
a) casa;
b) sanità e servizi sociali;
c) giovani, genitori e anziani;
d) sport e tempo libero;
e) formazione, scuola e servizi educativi;
f) diritti e partecipazione.
4. Gli atti dell'amministrazione che garantiscono pari opportunità alle unioni civili, devono prevedere le condizioni di accesso, con particolare attenzione alle condizioni di svantaggio economico e sociale di dette unioni.

Articolo 2
Rilascio di attestato di famiglia anagrafica alle unioni civili basate su vincolo affettivo
1. L'ufficiale di anagrafe rilascia, su richiesta degli interessati, attestato di "famiglia anagrafica basata su vincolo affettivo" inteso come reciproca assistenza morale e materiale, ai sensi dell'art. 4 del Regolamento anagrafico, in relazione a quanto documentato dall'Anagrafe della popolazione residente;
2. L'attestato è rilasciato per i soli usi necessari al riconoscimento di diritti e benefici previsti da Atti e Disposizioni dell'Amministrazione comunale.
3. L'ufficio competente può verificare l'effettiva convivenza delle persone che richiedono l'attestato.

Articolo 3
Ricorso al difensore civico
1. I cittadini che ritengono lesi i propri diritti indicati nella presente Deliberazione, possono rivolgersi al Difensore Civico che verifica la sussistenza della violazione del diritto, esercita il suo ruolo di mediatore tra Amministrazione e cittadino ed interviene esercitando le sue prerogative.

domenica 5 ottobre 2008

Satyagraha 2008 / legalità - 2 3 4 5 ottobre



Legalità delle istituzioni: Marco Pannella sospende lo sciopero della fame e annuncia quello della sete
Questa mattina Marco Pannella è intervenuto a Radio Radicale sull'iniziativa nonviolenta in corso.
Roma, 2 ottobre 2008
• SINTESI DELL'INTERVENTO DI MARCO PANNELLA A RADIO RADICALE, 2 OTTOBRE 2008

Il Presidente del Senato Renato Schifani risponde alla nostra lunga campagna, che ebbe un successo che speravamo fosse definitivo, grazie ad un uomo della stampa: a Maurizio Costanzo, al quale va il mio grato ricordo. Grazie a lui fu possibile al Presidente della Repubblica di allora, Carlo Azeglio Ciampi, di liberarsi dalle pastoie dove lui stesso era imprigionato sul Colle, di seguire il suo istinto e la sua intelligenza e precipitarsi a prendere un telefono per chiedere di intervenire in diretta da Costanzo. Quando Roberto Giachetti ed io eravamo in sciopero della sete per ottenere il rispetto minimo di una legalità istituzionale che ci sembrava stesse esalando gli ultimi respiri, il Presidente Ciampi intervenne direttamente per chiederci di interrompere quanto meno lo sciopero della sete, assicurando che la nostra richiesta, per quel che riguardava le sue responsabilità, sarebbe stata rispettata e tradotta nei fatti. Così accadde, e due consiglieri della cosiddetta Corte Costituzionale furono eletti dopo un paio d’anni che non ci si riusciva. La Camera dei Deputati fu dunque costretta ad interrompere la prassi ormai costituzionalizzata di portare avanti l’ignobile mercato delle vacche fino alla fine della legislatura, dinanzi alla nostra richiesta di compiere l’atto formale della sua costituzione; dovette decidere che la Costituzione, che prevedeva 630 deputati, non poteva essere rispettata, stabilendo che per quella legislatura il numero sarebbe stato di 617.
Voglio dire al Presidente Schifani, al Presidente Fini, ai presidenti dei gruppi parlamentari - non mi rivolgo alla stampa, ma vorrei dire a Paolo Mieli che lo storico (lo fa sempre lui, questa volta lo faccio io) riscontrerà come il peggio della cultura anti-istuzionale, antidemocratica, antinonviolenta, antisatyagraha venga dai lombi, non dei genitori, ma dai quelli dei direttori “storici”... tra Riotta e Mieli e tanti altri soprattutto ex comunisti e qualche ex fascista anche neoclericale - che il Parlamento deve convocarsi su un preciso ordine del giorno: l'adempimento dell'obbligo dovuto dalla Costituzione, cioè eleggere, dare pienezza costituzionale e direi anche morale a due istituzioni essenziali: la Corte Costituzionale e la Commissione di Vigilanza Rai.
L’ordine del giorno è quello, e quando in buona fede - il che è ancor più grave - il Presidente Schifani risponde alla nostra sollecitazione dicendoci che il problema è politico, non istituzionale, e che lui farà le opportune pressioni perché si mettano d'accordo, il Presidente del Senato non si rende conto di proporsi come sensale, come mediatore dell'ignobile mercato delle vacche, perché il Parlamento procederebbe a fare il suo dovere quando la spartizione si fosse perfezionata e consumata. E' un segnale allarmante, nella apparente moderazione e nel senso comune, del modo di presiedere il Parlamento. Dobbiamo riscontrare che c'è una estrema ferita, dalle conseguenze enormi.
Per aiutare il signor Presidente della Repubblica, il Presidente Schifani e in particolare il convocatore del Parlamento, il Presidente Fini, ad interrompere finalmente la flagranza criminale (in senso tecnico, non morale) del Parlamento contro la sua stessa legalità (un Parlamento che diventa sovrano assoluto anziché sovrano costituzionale), io interromperò oggi o domani lo sciopero della fame per fare le verifiche necessarie sul mio stato di salute, per iniziare subito dopo uno sciopero della sete.
Al contempo, per quanto riguarda lo sciopero della fame, mi auguro che si ripeta ciò che accadde alcuni anni fa, quando senatori dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e dell’estremo centro, dinanzi alla testimonianza e alla lotta di Sergio Stanzani e di noi radicali (per il diritto all’informazione), dichiararono che si sarebbero sostituiti a lui e a noi, condividendo il metodo e l’obiettivo.
Quei senatori sono stati puniti dall’immondo, pericoloso, cosiddetto “quarto potere” che rappresenta la quint’essenza della corruzione della carne, della natura, della storia della società civile e istituzionale del nostro Paese.
Consapevoli di non poter usare contro il nemico un corpo morto, noi rischiamo - e l’abbiamo dimostrato amministrando con prudenza e intelligenza l’eredità socratica, gandhiana e capitiniana - per portare non i nostri muscoli, ma la nostra energia e la nostra anima in dialogo, con amore, verso il potere che assassina la città per incapacità, per vecchiaia e per corruzione.
Faremo l’impossibile, nelle nostre lotte, per evitare la morte. Noi vogliamo dare ai nostri interlocutori la pienezza e la compattezza del nostro amore, ma se accadesse che nella pratica nonviolenta per l’edificazione di un presente alternativo a quello terroristico e autoritario del potere, noi dovessimo morire – è impossibile garantire che non accada, perché noi radicali non abbiamo conquistato la capacità sovrumana di evitare la morte – vorrebbe dire che il potere è impazzito e che ha davvero i minuti contati, perché rappresenterebbe la morte violenta e la folle stupidità di qualche re della storia dell’arte greca o shakespeariana.

Comunicato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
diramato a seguito di un colloquio telefonico con Marco Pannella, a proposito della mancata elezione di un giudice costituzionale e del Presidente della Commissione di vigilanza sulla RAI
Roma, 3 ottobre 2008
• Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione:
“Ho avuto un cordiale colloquio telefonico con l'on. Marco Pannella, in relazione alla lettera inviatami dalla Segretaria dei Radicali Italiani e allo sciopero della fame del leader radicale, per la persistente mancata elezione di un giudice costituzionale e del Presidente della Commissione di vigilanza sulla RAI.
A Marco Pannella, di cui ben conosco il disinteressato rigore nell'esigere il rispetto di adempimenti costituzionali, ho fatto presente la preoccupazione e l'impegno con cui da tempo seguo queste vicende. Lo sanno bene i Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati. Si tratta di obblighi a cui il Parlamento non può ulteriormente sottrarsi, in quanto toccano la funzionalità di importanti istituti di garanzia.
Le norme e le prassi vigenti prevedono per fondati motivi di equilibrio, a tutela del pluralismo e a presidio dello Stato di diritto, l'espressione di maggioranze qualificate e la realizzazione di ampie intese in Parlamento per perfezionare gli adempimenti di cui oggi si lamenta la violazione. Tali norme non hanno però impedito - in anni recenti, e segnatamente all'inizio della XV legislatura - il rispetto di scadenze e vacanze delicate. E' indispensabile che su ogni pur comprensibile diversità di valutazioni politiche prevalga la consapevolezza dell'inderogabile dovere costituzionale da adempiere.”


Pannella: il Presidente della Repubblica è tornato a parlare. Ascoltiamolo:
Roma, 3 ottobre 2008

Pannella: Il Presidente della Repubblica è tornato a parlare. Ascoltiamolo:
il Parlamento non può ULTERIORMENTE SOTTRARSI a adempimenti di OBBLIGHI costituzionali. È INDISPENSABILE che prevalga l’ INDEROGABILE dovere costituzionale da adempiere.
Il Presidente della Repubblica tiene anche a far sapere, laicamente, pubblicamente (lo ringraziamo anche per questo) che:
i Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati SANNO BENE la PREOCCUPAZIONE e l’IMPEGNO con cui egli DA TEMPO segue queste vicende.
In teoria, in dottrina, nessuno mette in dubbio che un Presidente della Repubblica potrebbe/dovrebbe sciogliere le Camere se dovesse constatare una loro persistente inerzia nell’adempimento delle funzioni costituzionali loro affidate. È bene ricordarlo, onde evitare che per silenzio protratto si giunga a pretendere, poi, che anche questo alto Potere Presidenziale venga proclamato superato per “prassi”; come accadde a proposito del potere presidenziale di grazia, ai danni di una volontà, proclamata e ribadita pubblicamente dall’allora Presidente Ciampi, di usarlo. In quella occasione la congiura politica contro il Presidente della Repubblica e contro la Costituzione perseguì il risultato politico immediato che si prefiggeva. Ma, in extremis, la Corte Costituzionale dovette riconoscere le nostre ragioni e, oggi, così quel Potere è tornato ad essere quello prescritto dalla Costituzione e non quello che il regime partitocratico aveva ritenuto di potersi attribuire.
Il Presidente della Repubblica ha parlato parola, non chiacchiere perniciose che l’hanno preceduta e stanno, per ora, facendole eco.
Come da oltre un lustro affermiamo v’è una soluzione assolutamente pertinente, adeguata: il Parlamento sia convocato per compiere , e compire, l’ obbligo prescrittogli dalla Costituzione, che non è quello di un votificio, di “votare” ma di “eleggere”, nominare….
Infine. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mi ha onorato con il riconoscimento che mi commuove profondamente.
Gli sono ri-conoscente per aver saputo e voluto accogliere la volontà espressa e ribadita dai miei compagni Radicali e da me personalmente, di tentare con umiltà e con determinazione, di aiutarlo da cittadini nel suo difficilissimo compito di massimo Garante della Legge, del Libro, in questo nostro Paese che, come è noto non riteniamo più essere democratico e Stato di Diritto, e in cui i diritti civili e politici ci sono radicalmente negati, come a gran parte del popolo italiano. A maggior ragione, occorre mobilitarci armati di nonviolenza, inermi ma non inerti, con fame e sete di virtù repubblicana, perché il Presidente della Repubblica possa contare anche sui cittadini consapevoli e liberi della galassia Radicale, Transnazionale e Transpartito.
DOMANI MATTINA ALLE ORE NOVE CONFERENZA STAMPA ALLA CAMERA

Marco Pannella dalla mezzanotte del 3 ottobre è in sciopero della sete
Roma, 4 ottobre 2008


"Dalla mezzanotte sono passato alla forma preannunciata di sciopero della sete e della fame per sostenere - oggi tutti possono comprendere probabilmente quanto questa formula fosse non solo veritiera ma assolutamente appropriata e forse doverosa - un Presidente della Repubblica nella sua difesa della legalità e del rientro nella legalità e nella democrazia del Parlamento che dovrebbe essere repubblicano."
Così Marco Pannella, questa mattina alle 7.30, in collegamento con Radio Radicale.

Satyagraha per la legalità del Parlamento: la mobilitazione dei Radicali
Roma, 5 ottobre 2008

Marco Pannella prosegue lo sciopero totale della fame e della sete, iniziato alla mezzanotte del 3 ottobre, per sostenere quanto dichiarato dal Presidente della Repubblica nei giorni scorsi e rimasto tuttora inascoltato, in difesa della legalità e per il rientro nella legalità e nella democrazia del Parlamento.
Giungono in queste ore le prime adesioni di cittadini e parlamentari all’iniziativa nonviolenta: sono 140 i cittadini che si sono uniti con lo sciopero della fame, o nella forma della riduzione dei farmaci, e tra questi si contano 30 parlamentari di entrambi gli schieramenti, la cui lista è disponibile sul sito http://www.radicali.it/.
Il persistere di una situazione che impedisce, ormai da mesi, l’elezione del presidente della Commissione di vigilanza sulla RAI e ormai da oltre un anno e mezzo l’elezione di un giudice costituzionale, determina, ancora una volta, due gravi vulnus a importanti organi istituzionali e di garanzia. La Commissione, infatti, è impedita ad esercitare i suoi poteri di indirizzo e di controllo sulle trasmissioni radio-televisive, mentre la mancata elezione di un giudice, che determina il mancato plenum, influisce indebitamente sul formarsi della volontà della Corte Costituzionale.
Ci auguriamo che non accada questa volta quanto successe nel 1995, quando 60 parlamentari aderirono con lo sciopero della fame all’iniziativa nonviolenta condotta dai parlamentari radicali Stanzani, Vigevano e Strik Lievers: nel momento in cui manifestarono il volto migliore dell’impegno politico divennero non notiziabili, come accade regolarmente ai radicali, soprattutto quando usano gli strumenti della nonviolenza.